genitore


Si sente sempre più spesso parlare di genitorialità in ambito giuridico, dove si va ad indagare la capacità del genitore di prendersi cura del proprio figlio affinché venga garantito a quest’ultimo un sano sviluppo psicofisico.

Tale capacità viene verificata soltanto in quei casi in cui i servizi sociali o il partner stesso della coppia evidenzia una problematica nel minore, e ha la necessità di verificare attraverso una perizia psicologica o psichiatrica l’attitudine del genitore su cui ricadono dubbi di scarsa o assente capacità genitoriale.

Sebbene in moltissimi casi queste indagini risultino salvifiche per i bambini in questione, perchè evidenziano problematiche e carenze psicologiche del genitore a volte molto gravi e ben nascoste fra le mura domestiche, in altri casi la perizia sulla genitorialità può divenire la triste arma del contendere in situazioni matrimoniali conflittuali che ricadono pesantemente sul minore che, oltre a subire il lutto della perdita della coppia genitoriale intesa come unità, si ritrova in balia di test e colloqui d’indagine nel migliore dei casi, o addirittura trasferito in casa famiglia quando il conflitto fra i coniugi risulta insanabile e si ritiene opportuno, fino ad accertamento terminato, l’allontanamento dai genitori.

Ora capirete bene la delicatezza ed importanza di questo argomento, che per scelta oggi voglio trattare, dopo questa breve premessa su quanto  accade in ambito giuridico, nel contesto della quotidianità familiare, quindi non sotto giudizio.

Parliamo di due individui che assumono in automatico l’identità di genitori “soltanto” per il fatto di aver procreato uno o più figli.

La mia non vuole essere una facile provocazione, ma nei fatti, definendo genitori due persone in base a questo unico criterio giuridico e sociale, si commette a mio avviso l’errore maldestro di dare per scontati tutta una serie di importantissimi e difficili passaggi, che in ambito psicologico richiedono tempo, consapevolezza e capacità di messa in discussione.

Quindi si può tranquillamente rispondere alla fatidica domanda: genitori si nasce o si diventa,con un sonoro genitori si diventa!

Ed è un percorso sia della coppia, che deve necessariamente evolvere ricercando un nuovo equilibrio, che individuale del singolo, e qui mi riferisco anche e soprattutto ai genitori single che assumono su loro stessi un ruolo ancor più arduo su cui dover a maggior ragione lavorare in modo consapevole.

Entriamo nello specifico, pensando per un attimo a quel meraviglioso momento di grazia che si vive la prima volta tenendo fra le braccia il proprio bambino.
In quell’istante inizia un processo che andrà avanti all’infinito fino alla fine dei nostri giorni, quel processo io lo chiamo “messa davanti allo specchio”, nel senso che quel piccolo essere umano rifletterà la parte più nascosta di te anche e soprattutto quei nodi sepolti ed inascoltati, costringendoti, nel bene o nel male ad entrarci in relazione.
Credo sia fondamentale essere consapevoli della messa davanti
allo specchio, poichè non considerarla può condurre a momenti di sconforto, insofferenza e frustrazione.
Invece è bene partire subito dal principio con la convinzione che quel piccolo essere ci sente più di ogni altro al mondo ed è anche termometro infallibile della coppia e dell’ambiente che lo circonda, non lasciandoci quindi sedurre da teorie deresponsabilizzanti che vorrebbero farci credere che il bambino ci arriva bello ed impacchettato con un suo carattere.
Ora rispondo alla domanda che mi viene posta più di frequente sull’argomento: ma perchè allora i figli di una stessa madre e stesso padre, anche con pochi anni di differenza sono spesso totalmente diversi?
La mia risposta innanzitutto è che la coppia è in continua evoluzione e anche a pochissimi mesi di distanza attraversa fasi completamente diverse e fa circolare emozioni differenti, ma soprattutto non esiste una gravidanza uguale all’altra anche per la stessa donna.

Partiamo infatti dal fondamento che quei nove mesi forgiano le abitudini, e gli atteggiamenti del nascituro più di come uno scultore farebbe con la creta in mano.

Le tensioni, i malesseri o le ansie della madre passano allo stesso modo del cibo nel cordone ombelicale, anzi immaginate l’utero come una culla che si plasma attorno al feto: più la donna vive “tensioni”, e per tensioni intendo ovviamente pensieri e malesseri a livello sempre psicofisico, e più la culla, da comoda imbottitura quale dovrebbe essere, si trasforma pian piano in rigido legno o ancor peggio in  freddo acciaio.

Passatemi la crudezza delle immagini, servono a dare voce a chi voce per nove mesi non ne ha.

Una volta nato il bambino viene raccontato dai genitori colorito sia dalle fantasie, paure e speranze della coppia, sia in base alle sue prime risposte  al nuovo ambiente esterno e troppo facilmente si cade nel tranello del non considerare quanto detto sopra, definendo quindi il figlio in base ad un carattere invece di farsi tante e tante domande su come noi interagiamo con lui.

Il nodo è sempre quello, la messa allo specchio!

Ce la facciamo a sostenere il nostro senso di inadeguatezza al nuovo ruolo? a sentire come il nostro genitore interno (che abbiamo conservato e ricostruito in base a ciò che abbiamo vissuto con i nostri genitori), esca spesso fuori pilotando in modo automatico le nostre azioni in un modo che ci rende ciechi di fronte alle attuali esigenze del bambino?

E’ vero, la nostra mente è una grande ecologista e tenta sempre di portarci al risparmio energetico, ma nel procedere semplicemente riproducendo vecchi schemi appresi, molto spesso si perde l’occasione di diventare genitori dei nostri figli, che non sono dei piccoli noi, o meglio non lo vorrebbero diventare, visto che noi non dovremmo imitare i nostri genitori, almeno non negli errori.

Lasciandoci alle spalle le convinzioni popolari che ci deviano riempiendo la testa con il fantomatico istinto materno, che da secoli è il maggior alimentatore delle depressioni post-partum, riusciremo ad evitare nella donna le false aspettative di efficienza immediata ed innata con il bambino, che invece è un familiare estraneo, da dover conoscere, comprendere  e con cui creare una lenta confidenza che si svilupperà nel tempo.

Già questo piccolo espediente ci ripone con i piedi per terra e con gli occhi su nostro figlio, che vive nel presente in un costante e vitale dialogo con noi, fatto di sguardi suoni e tensioni corporee a cui prestare ascolto per modulare in modo consono le nostre, con l’idea di ricreare anche all’esterno quel famoso utero imbottito che dovrebbe circondare il feto nei nove mesi di vita intrauterina prima, e nel contatto con la madre ed il padre dopo.

Avete capito bene ho scritto padre, quel misterioso essere che viene generalmente accantonato non solo nella gestazione, ma soprattutto dopo la nascita.

All’uomo si racconta la favola, pari a quella dell’istinto materno per la donna, che il neonato sarà della madre fino ai tre anni, dopo di che il papà potrà intervenire nel gioco tralasciando il fatto che a quel punto si sarà perso l’importantissimo primo periodo di vita in cui si costruisce l’intimità e la relazione.

Un padre consapevole di sé stesso è per il figlio efficiente e vitale tanto quanto la madre, ha una sensibilità diversa, sicuramente, poiché deve compiere lo sforzo maggiore dato dal fatto che per quei nove mesi non ha vissuto il figlio in grembo, ma di sicuro, la presenza di entrambi i membri della coppia che si alternano in modo complice e sereno nell’accudimento fin dai primi momenti dopo la nascita del piccolo, garantisce la ricchezza e completezza nel veder soddisfatte pienamente le richieste del neonato, poiché i due partner si completano unendo le loro capacità di comprendere l’intera tavolozza emotiva del bambino.

Questo fa nascere madri più sicure e meno ansiose e nuovi padri presenti e gratificati da donne che li stimano e non li gestiscono, tutto questo in un’atmosfera che garantisce serenità ed equilibrio e che cancella una volta per tutte gli egoismi personali degli adulti mettendo finalmente al centro i figli.